massimo_volta

Ecco Massimo Volta, il regista dell’“incubo”: «In Italia è difficilissimo inseguire i sogni»

Scrivere a Stephen King e chiedergli di cederti i diritti per un mediometraggio tratto da un suo racconto può sembrare una follia ma lo fai, succede che Stephen King ti risponda e ti rendi conto che, in fondo, gli Stati Uniti hanno ben chiaro il concetto di “american dream” e, se te lo meriti, fanno di tutto perché tu lo realizzi.

Da folli, forse, è cercare di rincorrere un “italian dream”, che non esiste. E forse non può esistere.

Massimo Volta, regista e fotografo lombardo della Dream Society of Antarctica, ha deciso di provarci. E ci è riuscito.

«La mia compagna, Rebeca Willig, ha trovato in rete l’indirizzo ufficiale di Stephen King, autore che ho amato sin da piccolo. Con lei parlavamo di realizzare un cortometraggio di alto profilo e avevo in mente “Nona”, una storia bellissima. Abbiamo scritto a King e la sua assistente ha risposto il giorno dopo. Il giorno dopo! Voleva sapere il motivo per cui chiedevamo i diritti del corto e le ho risposto che era un omaggio a Stephen King e che volevo cimentarmi su un opera di tale livello. Dopo un giorno è arrivato il contratto con clausole ferree: il trailer doveva piacere a King, prima di lanciare il corto, e il corto non può avere scopo di lucro.»

Inseguire e raggiungere un sogno americano scrivendo a Stephen King. Massimo, non ti sembra di aver fatto una follia?

«Ma no, sarebbe stata una follia se fossi andato a Bangor e mi fossi piantato davanti alla casa di King (ride, ndr). Invece è stato un approccio razionale. Volevamo fare un corto di alto profilo, anche un po’ per evadere dal mondo della pubblicità. Ed è andata bene.»

Secondo te è così difficile fare qualcosa di simile in Italia?

«Molto più che difficile. Qui non ci arrivi a fare una cosa del genere in questo modo, devi andare solo per conoscenze. Non che negli Usa sia così facile, eppure hanno un modo di pensare diverso. Anche se sei un signor nessuno, loro ti rispondono comunque. In Italia non esiste. Io una volta scrissi a John Carpenter e lui mi rispose. E stiamo parlando di un personaggio notevole.»

Anche per “Mine” è andata così…

«Già. È un film notevolissimo, che però poteva essere realizzato solo in America. In Italia un film del genere è impensabile. Negli Usa hanno regole ferree, le cose devi farle in un certo modo, se proponi una sceneggiatura e non hai un agente neanche la leggono, e poi devi scriverla in un certo modo, con una certa formattazione. Ma lì se rispetti le regole puoi farcela davvero.»

“Nona” è un mediometraggio low-budget che ha ricevuto apprezzamenti praticamente ovunque.

«Già che sia piaciuto a King è stato un successo. Il racconto appartiene ai cosiddetti dollar babies, un elenco di storie di King che non sono sotto contratto per film, e dunque disponibile a chiunque voglia cimentarsi. Con King, però, devi stare molto attento, ha un numero pazzesco di fan club e ci sono persone che non ti perdonano il minimo errore. Trattandosi di un’autoproduzione, con un budget minimo, abbiamo dovuto far fronte a molte difficoltà. Un esempio su tutti, il cambio di ambientazione: il racconto è ambientato in inverno sotto la neve, e per fare una cosa del genere saremmo dovuti andare in Svezia. Allora abbiamo deciso di ribaltare tutto e girare in estate. Il caldo torrido, il frinire delle cicale forse sono anche più indicati per una storia come questa.»

Avete girato tutto in Italia, in Piemonte, riuscendo però a ricreare un’ambientazione a stelle e strisce…

«Non è stato facile. Non avevamo un cartello americano, non avevamo automobili. Diciamo che abbiamo lavorato in maniera maniacale per creare un “non luogo”, per fare in modo che non sembrassimo in Italia.»

“Nona” ti ha lanciato e fatto conoscere al pubblico. Adesso sei impegnato con un lavoro più lungo che si intitola “I kill monsters”. A che punto siete?

«Abbiamo girato il 70% delle scene, tra Milano, Settimo Torinese e Fuerte Ventura, e ora mancano le ultime e poi la fase di post produzione. Stiamo facendo praticamente tutto noi, senza budget non puoi fare altrimenti. Abbiamo completato un primo trailer, che abbiamo trasmetto al ToHorror Film Fest di Torino, e devo dire che è piaciuto tantissimo. Prosegue la linea di “Nona”, non horror puro ma un mix di generi.»

Di che cosa si parla?

«È una storia che intreccia hacker, mafia russa e… mostri. Quelli sono imprescindibili. La protagonista è Lea, una ragazza che non esce di casa da sette anni, esperta di sicurezza informatica. Lea appartiene a quel gruppo di persone che in Giappone chiamano “Hikikomori”, ragazzi che si cancellano dalla società e non escono più per anni. Sono più di un milione e sopravvivono grazie a genitori o amici che letteralmente portano loro il cibo fuori dalla porta della loro stanza. Si isolano e guardano cartoni animati o fumetti e non escono più. Qualcuno si tiene in contatto col mondo attraverso il computer. Lea ha bisogno di soldi per cui è costretta a uscire. Nel frattempo, uccide i mostri nella sua testa, insieme al suo compagno immaginario…»

A te i personaggi normali proprio non interessano…

«Diciamo che mi interessano quando vengono inseriti in un contesto assurdo. Io amo le derive fantasy, ho sempre avuto la passione per i mostri.»

A tal proposito, a inizio intervista ci hai detto testualmente: “Sto progettando mostri d’argilla”.

«Già, proprio per questo film. È una delle parti che più mi divertono. Li realizzo io materialmente, mi piace. I mostri vengono riprodotti al pc ma prima di tutto li costruisco io stesso. Questione di proporzioni, devo capire se stanno in piedi.»

Un’autoproduzione totale!

«Già, partiamo davvero dai dettagli. Un po’ ce lo impone il budget basso, un po’ mi piace. È una faticaccia, ci sono tante cose da fare ma non mi lamento. Poi, per fortuna, la tecnologia ci aiuta. Qualche anno fa sarebbe stato impensabile fare qualcosa del genere. Anche “Nona” è stato approcciato così.»

Quando uscirà “I kill monsters”?

«Spero entro aprile.»

Massimo, facciamo una piccola digressione. Torniamo per un attimo a Stephen King: quale suo libro per te è imprescindibile?

«Sicuramente It. Lo paragono a “Dedalus” di Joyce. È incredibile come King riesca a raccontare l’età preadolescenziale in una maniera così realistica. C’è una frase che ho imparato a memoria che recita così: “L’infanzia è colata fuori di te mentre dormivi”. Penso sia un’immagine meravigliosa. È un libro secondo me difficilissimo da trasporre sullo schermo. La prima serie tv, quella con lo straordinario Tim Curry, a mio avviso non ci è riuscita. Staremo a vedere se il film (in uscita nel 2017, ndr) ce la farà. In generale adoro gli anni ’80. E poi c’è “L’Ombra dello scorpione”, dove c’è il cattivo per eccellenza, Randall Flagg. Il male per antonomasia. Un personaggio stratosferico, il mio preferito.»

Primo libro di King che hai letto?

«A volte ritornano, l’edizione che aveva in copertina il camion con il braccio insanguinato, quello del racconto “Camion” da cui King ha girato “Maximum Overdrive”.»

Film preferiti in generale?

«Alien di Ridley Scott in primis. Poi “Otto e mezzo” di Fellini, un capolavoro, secondo me il film più bello della storia del cinema perché c’è davvero tutto. Titanico. E poi “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, perché Spielberg è un genio assoluto. E poi adoro gli anni ’80, ne vado matto.»

Deduco quindi che la serie tv “Stranger Things” sia tra le tue preferite.

«Per me è stato un vero e proprio regalo. È vero che sembra tornata la moda degli anni ‘80 ma questa l’ho trovata una sorta di omaggio fatto con intelligenza. C’è tutta la dinamica degli anni ‘80, un gruppo di perdenti che ce la fanno a sopravvivere.»

Appuntamento, dunque, in primavera con “I kill monsters”!

«Speriamo di finirlo in tempo. Prima, però, spazio a “Nona”, ancora in giro per l’Italia tra i vari festival.»

» ECCO IL TRAILER DI “NONA”

Commenta qui